E mi guardi con occhio di sfida, di misura, come chi al pericolo in faccia grida. Chi di me diffida e chi in me confida, ha qualcosa in comune: teme che io non sia ciò che il suo istinto descriva. Tutti siam presi in mezzo, tra chi adorante ci reclama e chi i nostri difetti, con mal celata repulsione e forte attrazione, al mondo declama. È quel fascino che ognuno di noi esercita sull’altro, in un modo o nell’altro, un’antica professione, antica quanto quell’altra professione, che ci mette in vetrina e che ci fa rischiare la berlina. E io mantengo la fronte alta e il sorriso ampio, mostro i denti e ti sussurro forte in faccia le regole del gioco. Che te hai già perso, in quello o nell’altro modo. È la debolezza di chi non regge il giogo, il destino di chi in una sfida a due potrà soltanto dirsi secondo. A me.
In questa città c’è una strada tra mille strade e stradine che è un filo, un filo lungo lungo, che riga da una parte all’altra torri e vetrine. Che forse c’è davvero un filo in tutto ciò che andiamo vivendo. Amori sfumati al scendere della sera, amori cresciuti che spiccano verso l’alto come leggera bandiera, soffitti in mattoni rossi e di traversine in legno invecchiato dal tempo e dal respiro di chi l’ha osservato. E a quel filo è appesa questa piccola via, di santo e dragone, che tiene in pancia una piccola grotta dove non c’è rumore. A ben guardare ho appeso molte altre cose e persone a questo lungo filo da che sono in viaggio, con varia ragione. Su questo filo lungo vivo, che non è appeso ma ben saldo a terra. Non son fatto per l’equilibrismo, e in due su un filo sottile e aperto sul vuoto, non ci sarebbe spazio né coraggio abbastanza.
Cos’è la passione se non quella cosa che ti sveglia nel cuore della notte? Quella cosa che ti batte forte in testa e ti rende vivo senza aver ancora riaperto gli occhi, questa cosa qua chiamata voglia, sudore, e frasi corte. Che ti pulsa e t’offre in silenzio fianco e petto, che non chiede ma offre e ricambia senza alibi né sospetto. Ma non esiste ardimento nel volersi senza tormento, senza carne, senza sento. Ci vuole amore, amore sincero, per amare e godersi davvero. E io non so cos’é questo davvero, ma posso dire che picchia forte in testa e sospira un cuore nella notte evitando a mani giunte d’affidare nulla che si voglia al caso o alla sorte.
Viviamo tutti alla scoperta del piacere, in ogni sua forma, finché ne possiam bere, finché ne sappiam godere. E io sarò per te acqua di cui ti bagnerai le labbra al risveglio del mattino, succo di vita con cui ti rinfrescherai dal quotidiano, e cocente vino che t’offrirà caldo ristoro al primo fresco della sera. Sarò liquido senza confine, sarai coppa delle tue mani. Saprai disperdermi quando non avrai più sete, per poi anelare altra fonte breve. Eppure, io a te non mi verso e di te non mi corrompo. Macchio tua veste, e ti vivrò per sempre indosso. Lavami via dalla tua bocca, dalle tue mani, dai tuoi sogni, dopo che avrai di me segnato i conti. Sarà un piacere piacerti per il tempo di un bicchiere, dai mari ai monti, di cui godere.
M’hai detto che son come l’edera, una sera che si parlava di mosche. Che l’edera, m’hai detto, cresce spontanea, ovunque, in verticale, e anche quando l’hai tirata via, lascia sempre la traccia del suo passaggio. Che l’edera s’arrampica, lentamente, in silenzio, e arricchisce muri solidi e antichi da cui non viene strappata, ma vien spazzata via e di rabbia cancellata da facciate senza storia né personalità. E se ti resto addosso, se mi porti dentro, è perché non ti reca spavento, ma piuttosto godi di me quale naturale e vivo ornamento. Che ieri ci siamo incontrati dopo esserci già conosciuti, abbiamo condiviso il piatto e un sorriso, e un silenzio che m’ha colto improvviso. L’edera è una pianta semplice, ma se la lasci crescere e divenire rigogliosa, sarà protezione e sollievo di fresca ombra, poche parole di lunga e sottile traccia.